NON C'E' SANTO CHE TENGA. A tutti quelli che pensano che per partecipare alla mayday sia necessario, semplicemente, fare un carro, delle azioni e comparire sui media. Quello che pensiamo dei fatti inaccettabili accaduti durante la parade lo abbiamo già detto e sottoscritto. La solidarietà ai feriti e ricoverati la ripetiamo visto che sono i nostri fratelli. Le critiche mosse verso l'assemblea milanese della mayday sono corrette e i limiti (nostri e di tutti) sono evidenti e incontestabili. Ma la parade non è nata con i servizi d'ordine ma liberandosene. Chi ha fatto la forzatura lo aveva calcolato e in questo sta la profanazione del mito. Come sempre la May Day è stata eclatante. Questa frase, in questa o altre forme, è stata ripetuta in ogni comunicato, presa di posizione o racconto dei fatti. E qui finisce la percezione comune di quel che è successo. Più volte è stato ripetuto che la mayday parade vale molto di più della sommatoria dei valori delle realtà che l'organizzano. Anche questa affermazione sembra essere comune a tutte le prese di posizione. L'abbiamo pronunciata nell'introduzione dell'ultima assemblea che aveva il compito di dirimere la questione esplosiva dei carri e dell'entrata in piazza (ma ci pensate a una partenza senza il minimo ordine?). Eppure possiamo dirvi senza ritegno che a questa frase non crediamo sul serio e cercheremo di spiegare il perché. Già dall'anno passato, quando scazzi inenarrabili rischiavano di bloccare il processo virtuoso di questa parade, si venivano secondo noi a mostrare due tipi di attitudini: la prima si traduceva nella difesa della propria posizione/rappresentazione della precarietà (sostanzialmente carro ed azioni) e, nel migliore dei casi, nel non rovinare il fanta giochino comunque portatore di pregi e vantaggi; la seconda, invece, di cui sentiamo di far parte, era ed è quella di ragionare e implementare questo singolare processo di produzione (autonoma!) di senso, immaginari e conflitti. Ossia non fermarci al metodo ma carpirne le necessità, le più profonde implicazioni ed esaltarne le più alte potenzialità. Singolarmente. I bisogni, o meglio le condizioni necessarie, noi le abbiamo individuate negli spazi di garanzia, ossia nei momenti condivisi di lavoro comune: i manifesti senza sigle, il media center in piazza, il carro comune, le cartoline, gli spot senza firme. E ce li siamo accollati. Le implicazioni, che sono tutt'oggi oggetto di discussione, ci dicono che le forme del conflitto devono cambiare come le relazioni e le interazioni fra gli individui che lo devono interpretare. Quali tematiche e quali modi per il conflitto siano derivate da questo ragionamento, nei percorsi da noi intrapresi, oltre l'evoluzione massiccia e potente della mayday, è di fronte a tutt* : San Precario e gli immaginari; "adotta la catena" e il conflitto; "Tutti Santi Tutti Stronzi" e il ribaltamento del senso; Serpica Naro, le complicità e la reticolarità. Per le potenzialità, ovvero le prospettive, bisogna arrivare a quest'ultimo primo maggio. Mentre tutti gli spazi comuni venivano a cadere, considerati velleitari non da qualcuno in particolare ma da tutti, ci siamo posti il problema di tracimare il conflitto esercitato dall'attivista e dalle rappresentazioni delle precarietà fatta dai militanti e siamo ritornati sempre alle stesse conclusioni: per pervadere il sociale di radicalità e di alterità l'identitarismo rimane un momento ovviabile e l'esigenza del comune si conferma un terreno imprescindibile. Ci siamo detti che il torto più grande che potevamo fare ai precarizzatori era quello di uscire dall'ovvietà delle organizzazioni e infliggergli relazioni straordinarie fra precari e precarie. Da qua gli Imbattibili e il pretesto delle figurine dei supereroici. Il censimento dei coinvolti in ciò non è misurabile, nè nella parte di attiva partecip/azione nè nella parte di attiva inter/azione. Comunque centinaia i primi e migliaia i secondi. E' tanto al di sopra delle forze di CW e RLD che ci sentiamo ridicoli a rivendicarceli. Infatti non lo facciamo e per questo nessuna nostra firma è comparsa nella parade. Ma l'Idea sì. Perché se il trovare un tesoro è questione di fortuna, il saper cercare è questione di fiuto. A chi ha stralciato i momenti comuni; a chi ha creato tensioni elargendo ambiguità fino all'ultimo, parlando a bassa voce e negando quello appena detto ad alta voce, sui carri, sulla testa del corteo, sui regolamenti di conti; a chi ha messo la firma su tutto e tutti; a chi si accontenta di una mayday con tanti carri; a chi vede in ogni percorso un cadavere e complotti in ogni angolo; a chi ha voluto nascondere la testa sotto la sabbia; a tutti questi la responsabilità. Non possiamo trovare in tutto questo la risposta ai percorsi che cerchiamo, alle complicità a cui aspiriamo; fuori da noi e dai nostri ghetti incontreremo esistenze creative. La mayday morirà il giorno in cui non ci saranno più idee e non quando qualcuno o qualcosa tenterà (senza riuscirci) di impossessarsene. Vi salutiamo in ordine sparso. Chainworkers - Reload